Dark shadows
Di Tim Burton. Con Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Eva Green. Stati Uniti 2012, 113’

Ispirato a una serie tv statunitense degli anni sessanta, Dark shadows comincia nel settecento con il giovane Barnabas Collins (Johnny Depp) che corteggia la sua innamorata Josette. Ma la sua ex amante Angelique (Eva Green), che è anche una strega, uccide la giovane e lancia una maledizione su Barnabas, che si trasforma in un vampiro. Rinchiuso in una bara, il giovane riesce a liberarsi solo nel 1972, per scoprire che la sua casa è in rovina e la ricchezza di famiglia andata in fumo. Mentre Barnabas cerca di ricostruire il patrimonio familiare, incontra di nuovo Angelique, che è ancora determinata a rendere la sua vita un inferno. Nonostante il cast pieno di grandi nomi, Tim Burton non sviluppa molto le storie dei suoi personaggi. Si concentra sulla spettacolarità, creando un film che non ha molta anima. A questa commedia gotica manca un chiaro sviluppo narrativo e anche se Johnny Depp dà un’interpretazione tanto affettata quanto efficace, all’uscita dalla sala gli spettatori ricorderanno i costumi più dei personaggi che li indossano.- Tim Grierson, Screen Daily
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Sister
Di Ursula Meier. Con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein. Francia/Svizzera 2012, 97’

Il film comincia come un thriller sociale anni novanta che avrebbe potuto intitolarsi “I Dardenne sugli sci”. Simon (il bravissimo Kacey Mottet Klein), 12 anni, “a monte” è un genio del furto ai ricchi che frequentano le stazioni sciistiche. “A valle”, in un paesaggio industriale plumbeo e desolato, divide una vita squallida con Louise (un’eccellente Léa Seydoux), che tratta come una figlia, ma invece è sua sorella anche se potrebbe essere sua madre. Il film poteva precipitare in uno schematismo che non sarebbe stato in linea con la sua evidente ambizione di originalità. Le deviazioni arrivano grazie alla sensibilità con cui è descritta l’esistenza dei due ragazzi, la loro mostruosa infanzia, la confusione che regna nel loro mondo dove tutto, perfino l’amore fraterno, è moneta di scambio. La storia poteva diventare sordida mentre invece si rivela densa e commovente. Da un deragliamento verso la metà sembra addirittura nascere un nuovo film che s’innalza e quasi stordisce, facendo perdere il filo e rendendo incerto il finale. Si allontana da quello che sembra il suo schema iniziale con un tratto lieve e fragile che non manca di fascino.-Julien Gester, Libération
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Tutti i nostri desideri
Di Philippe Lioret. Con Vincent Lindon, Marie Gillain. Francia 2011, 120’

Philippe Lioret ama gli incontri magici, quelli che lasciano il segno. Dopo Welcome, ecco un altro dramma dove intimo e sociale s’intrecciano. La storia è tratta molto liberamente dal libro Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère. Clarie (Marie Gillain), una giovane magistrata di Lione, prende a cuore il caso di una donna strozzata dai debiti e chiede aiuto a Stéphan (Vincent Lindon), giudice di sinistra, esperto ma disincantato. Per Claire, Stéphan è disposto a ritrovare il suo impegno perduto. Questo melodramma tocca il pubblico con la sua volontà di mettere in luce due combattenti del quotidiano. Due piccoli giudici, due David, che alla fine riescono quantomeno a scuotere Golia. Soprattutto Claire, che ha già perso la sua lotta contro una malattia, è determinata a vincere prima di “andarsene”. In questo ruolo Marie Gillain è un superbo piccolo soldato. Lindon, invece, ha il talento straordinario di saper incarnare l’eroe della porta accanto.-Guillemette Odicino, Télérama
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Special forces. Liberate l’ostaggio
Di Stéphane Rybojad. Con Diane Kruger, Djimon Hounsou. Francia 2011, 107’

Autore della trasmissione televisiva Envoyé spécial, Stéphane Rybojad ha realizzato il suo primo lungometraggio di fiction su un argomento che conosce (le forze speciali per operazioni di commando) e si è ispirato a grandi pellicole di Hollywood. La cosa si fa notare, almeno a giudicare dal numero di esplosioni e di elicotteri impiegati per il film. Occhi e orecchie sono impegnati tutto il tempo, riuscire anche a interessarsi a quello che succede non è facile. E forse non ne vale neanche la pena. Se non altro i buoni (i soldati delle forze speciali) e i cattivi (taliban che hanno rapito una giornalista francese) si distinguono facilmente.-Isabelle Regnier, Le Monde
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Chronicle
Di Josh Trank. Con Michael B. Jordan, Michael Kelly. Stati Uniti/Gran Bretagna 2012, 83’

Ecco un film commerciale ma anche un po’ sperimentale, che per gran parte della sua durata fa divertire alla grande. Tre liceali di Seattle acquisiscono poteri straordinari ma, per fortuna, non combattono contro il male (non distruggono gli impianti nucleari iraniani né spediscono Newt Gingrich sulla luna in modo che possa cominciare a costruire la sua colonia). Non hanno ambizioni né piani particolari. Fanno un po’ di casino, se ne vanno in giro a divertirsi e se la spassano parecchio quando volano sopra la città. Il regista, Josh Trank, e lo sceneggiatore, Max Landis, due amici che hanno concepito la storia insieme, sembrano molto vicini allo spirito di questi ragazzi. Verso la fine il film perde la sua freschezza, diventa doloroso e cupo e anche spettacolare, ma in un modo più convenzionale, con automobili e pullman che volano per aria. Il potere corrompe. E il potere digitale corrompe ancora di più.-David Denby, The New Yorker
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I film italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana Jennifer Grego, del quotidiano britannico Financial Times.
Maternity blues
Di Fabrizio Cattani. Italia 2012, 95’

Maternity blues è un film imperfetto su un argomento impossibile, ma bisogna fare i complimenti a Fabrizio Cattani che ha avuto il coraggio di affrontarlo. La giovane e talentuosa Andrea Osvart, che interpreta Clara, la protagonista accusata di aver affogato i suoi due bambini, ha cercato inutilmente di contestare il fatto che si tratti di un film “femminile”. Inutilmente, perché si sa che gli uomini non vogliono saperne nulla della depressione post parto, argomento noto, ma non approfondito. Il film è liberamente ispirato a un testo teatrale di Grazia Versani e racconta le storie di quattro donne, rinchiuse in strutture psichiatriche statali. Ognuna di loro cerca di fare i conti con il rimorso e il senso di colpa che prova per aver ucciso un figlio. L’approccio di Cattani è simpatetico, il regista non esprime alcun giudizio sulle donne. Attraverso dei flashback mostra la solitudine e il fardello che devono portare queste madri, per le quali molte donne (sicuramente pochi uomini) proveranno empatia. Il problema principale del film è la sua estrema lentezza, esasperata da pochi eventi drammatici che si perdono in conversazioni infinite ed eccessivamente ricercate.
Internazionale, numero 948, 11 maggio 2012